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Alberature stradali a Palermo: già nel 1984 il WWF Sicilia se ne occupava

In occasione della Giornata nazionale degli Alberi 2020, il WWF Sicilia Nord Occidentale pubblica qui un documento presentato dal Prof. Giuseppe Barbera già nel 1984 sulle alberature stradali a Palermo.

Lo studio è stato pubblicato nel libretto di presentazione del “3° corso di ecologia siciliana” una serie di conferenze organizzate dal WWF Sicilia Occidentale nel 1984 curate per il WWF da Marcella Croce (in basso lo scanner di copertina, frontespizio e della presentazione) e Michele Monti.

Tra i tanti interventi dattiloscritti uno in particolare è molto di attualità e qui ve lo riproponiamo.

Che dire ? Stiamo ancora a lottare per questi principi dopo quasi 40 anni dalla sua pubblicazione. Le foto invece sono recenti.


ALBERATURE STRADALI A PALERMO del Prof. Giuseppe Barbera

Il primo esempio documentato di alberatura stradale a Palermo e quello realizzato per la strada di Mezzomonreale che nel 1595 prolunga via Toledo, l’odierno corso Vittorio Emanuele, oltre Porta Nuova. Vengono utilizzati platani, o forse ontani, successivamente integrati, nel 1628, da pioppi.

La città, stretta nei bastioni che la difendono, aveva allora un aspetto compatto; il carattere orientaleggiante di un’edilizia sparsa nel verde che fino al ‘500 occupava ampi spazi era definitivamente svanito. Le alberature sono uno dei primi segni dell’espansione, dapprima lenta poi tumultuosa, oltre le mura.

In pochi anni gli impianti si moltiplicano: nel 1601 si utilizzano pioppi per la strada di S. Francesco di Paola (oggi via Pignatelli); pioppi, platani e olmi nel 1631 per la strada di Alburquerque (via Pindemonte); pioppi nel 1632 per la strada di Alcalà (via Lincoln); pioppi nel 1744 per la strada del Molo e successivamente sempre pioppi ed olmi per via Volturno e, nel 1778, per la strada di Porta Maqueda. Le carte topografiche documentano il sorgere di quelle che il Marchese di Villabianca descrive come “deliziose alberate” formate di verdeggianti alberi … dall’una e dall’altra parte in fila”.

Ma la città si espande e le alberature che ne avevano dato l’avviso sono le prime vittime: si trovano ai margini di larghe strade suburbane, proprio dove il suolo è destinato alle costruzioni e vengono abbattute. Per i platani della strada di Mezzomonreale almeno una fine gloriosa: nel 1798 sono utilizzati per gli stalli del Coro della Cattedrale.

Nel corso dell’ ‘800 con la fusione tra città antica e periferia, alcuni viali di ville nobiliari sono inglobati e sui marciapiedi delle nuove vie urbane si piantano nuove specie. L’alberatura di maggior rilievo è realizzata nel 1892 per la nuova via Libertà. Sono ancora i platani, 600 in doppio filare, ad essere usati ma è sempre più frequente, a partire dal 1817 con l’impianto delle Eritrine lungo la passeggiata della Marina, il ricorso a essenze esotiche. L’Orto Botanico, sorto nel 1795, si è infatti arricchito progressivamente di numerose specie arboree che per la mitezza del clima mostrano di adattarsi all’ambiente. Nel 1865 apre “una pipiniera di alberi ed arbusti ornamentali per servire all’impianto ed al rimpiazzo annuale di giardini e pubblici passeggi”. Sofore, Gleditschie, Robinie, Ligustri, Ibischi, ricoprono dapprima in miscuglio poi separatamente i marciapiedi della città ottocentesca.

Le alberature stradali realizzate nel corso del ‘900 sono sotto i nostri occhi: si ripetono le stesse essenze, scelte spesso con criteri sbagliati e sopratutto sacrificate ad una città ormai disegnata non da urbanisti ed architetti ma dalla mano pesante della speculazione edilizia. Su strade troppo strette gli alberi contendono senza speranza lo spazio alle automobili ed alle insegne pubblicitarie, ridotti a centri di accumulo dei rifiuti o a sostegni per assicurare motocicli, patiscono la diffusa insofferenza verso ciò che in città richiama ancora il verde e la natura. Il Servizio Ville e Giardini del Comune, pur nella carenza di uomini e mezzi (si spendono per il verde pubblico di Palermo 160 lire per abitante contro le 1000 o anche 2000 di altre città italiane) con potature rabbiose e più in genere con tecniche colturali inadeguate, assiste impotente o peggio sembra collaborare al degrado. 

“Su Palermo grava l’autorità di una grande tradizione, anche nei riguardi del verde “, conoscere le esigenze degli alberi in città e i problemi legati alla tecnica colturale ed alla scelta della specie è utile a non dimenticarlo.

 

GLI ALBERI E L’AMBIENTE URBANO

Elias e Irwin (Alberi di città, Scienze, 1976) scrivono che ” il fatto che qualche specie arborea sia riuscita ad occupare una nicchia ecologica ostile come una via cittadina ha veramente del miracoloso “. Paragonano l’ambiente umano al fondo di una gola rocciosa: luce limitata ad alcune ore del giorno, atmosfera che un giorno può essere stagnante e poi, all’improvviso, spazzata dai venti, apporti idrici inferiori al necessario. Ma c’è dell’altro: lo smog può ulteriormente ridurre la luminosità e contiene sostanze tossiche alla vita vegetale (anidride solforosa, piombo, ozono, acido fluoridico) o polveri finissime, prodotte da camini e ciminiere, che ricoprono le foglie impedendo la traspirazione e la fotosintesi. Gli alberi hanno a disposizione un volume ridotto di terra dove le radici si sviluppano poco e in ambiente così compatto che aria e acqua non riescono a penetrare.

Le deiezioni animali, i rifiuti delle macchine, raggiungono concentrazioni che possono risultare letali.

Ad un ambiente così avverso dovrebbe corrispondere, se si vuole salvaguardare la vitalità degli alberi, una serie di cure e di accorgimenti che a partire dalla scelta della specie, dall’impianto fino alla cura periodica degli esemplari adulti, devono essere effettuati con il massimo raziocinio. Il che, a Palermo soprattutto, non avviene affatto.

SCELTA DELLA SPECIE

Bisogna considerare almeno i seguenti aspetti: forma e dimensione dell’albero adulto in relazione allo spazio disponibile, rispondenza all’ambiente (resistenza alle fonti inquinanti e alle avversità climatiche), valore estetico.

Ci sono norme precise, emanate nel 1969 dal C.N.R., che regolano la scelta degli alberi alla larghezza della strada ed alla distanza dagli edifici. Ma sono assolutamente disattese, seppure la regola sia facile: in strade a carreggiata stretta piante di dimensioni limitate o a portamento piramidale o colonnare. Altrimenti si rendono necessari successivi diradamenti o, peggio, continue potature che non solo gravano su bilanci comunali solitamente miseri, ma compromettono salute e vitalità delle piante e ne sviliscono, alternandone la forma naturale, il valore ornamentale. Esempi a Palermo non mancano, si pensi ai pioppi di via Duca della Verdura o ai platani di via Libertà, alberi maestosi, ben dimensionati per una via affiancata da basse villette ma divenuti sproporzionati quando ad esse si sono sostituiti i palazzi.

Anche il clima indirizza le scelte. Dove è di tipo mediterraneo, con lunghe estati calde e asciutte, bisogna indirizzarsi verso specie arido-resistenti. Si è già detto come il microclima urbano esalti le difficoltà climatiche e in particolare induca le piante a fenomeni prolungati di stress idrico. Da Palermo bisognerebbe quindi bandire i pioppi, notoriamente specie da terreni freschi che andavano bene nelle alberate suburbane del ‘700 quando le radici erano libere di espandersi ma non certo nelle piccole, impenetrabili aiuole lambite dall’asfalto e dal cemento. In città dove forti venti sono frequenti si devono evitare specie dal legno fragile (es. Melia azedarach) come anche ricorrere, dove il tasso d’inquinamento è elevato, a specie resistenti. Utilizzare specie autoctone o naturalizzate è in genere un criterio valido per non incorrere in decisi insuccessi e si darebbe così ragione a chi lamenta l’esotismo di tante scelte. E’ vero che molti alberi del paesaggio naturale e agricolo introdotti in città e specialmente in periferia potrebbero collegarla armoniosamente con i dintorni, ma mancherebbe quell’elemento “meraviglioso” (“alberi strani a noi del tutto ignoti probabilmente di paesi tropicali che allargano le loro ramificazioni curiose” scriveva durante il suo soggiorno Goethe) che esalta il valore estetico delle scelte e a Palermo ha antiche fondamenta nello intreccio tra il clima sub-tropicale e la storia della città.

La scelta della specie è inoltre, di fronte alla necessità di ridurre gli interventi di manutenzione e i costi di gestione, in funzione del ritmo di crescita (le palme a Palermo sono usate meno di quanto per altri aspetti si dovrebbe proprio perché lente ad accrescersi), della longevità, dell’attività pollonifera, della resistenza alle avversità e dell’idoneità agli interventi di potatura. Caratteri questi legati alla natura genetica della specie ma influenzati dalle tecniche colturali adottate.

 

L’impianto

Se ben eseguito condiziona favorevolmente la futura vita della pianta. Dove non è possibile arare tutto il terreno, una buca profonda almeno un metro e larga 2,50 deve riempirsi dapprima con materiali drenanti e poi con terra fertile arricchita di sostanza organica e di fertilizzanti chimici, e coprirsi con un grigliato che in assenza di irrigazione permetta l’ingresso dell’acqua piovana e impedisca il compattamento per calpestio. Un palo tutore è necessario per assicurare la stabilità di un giovane albero ed una gabbia può eventualmente proteggerlo dagli urti.

La potatura

Se la scelta è appropriata e l’impianto ben fatto le potature non sono affatto necessarie se non in casi sporadici o per gli alberi allevati in forme obbligate. La potatura non ringiovanisce l’albero ma ne accelera la fine, non lo fortifica ma lo rende sensibile a diverse avversità. Se in frutticoltura è una pratica necessaria ad equilibrare nell’albero la funzione produttiva con quella vegetativa, per le colture ornamentali ha senso solo se accentua l’effetto estetico; invece, nei fatti, lo mortifica. Però, quando le specie vengono scelte erroneamente potare diventa un male necessario. Bisogna allora operare bene, al tempo giusto, durante i mesi della stasi vegetativa, e con tecniche appropriate. Si pota invece quando è possibile e nell’assoluta ignoranza delle tecniche cesorie. Si preferisce capitozzare: pochi, o addirittura un solo taglio netto che asporti l’intera chioma. Il lavoro è certo più rapido ma l’effetto per la salute e la forma dell’albero è deprimente. Gli alberi sono ridotti a moncherini presto ricoperti, per il risveglio di numerose gemme latenti, da diversi germogli che entrano in concorrenza tra loro e si sviluppano senza un adeguato ancoraggio al tronco. La forma naturale è ormai compromessa e se non si provvede a diradamenti, i rami, al primo vento, verranno abbattuti creando nuove ferite e comunque obbligando ad altri ripetuti interventi.

Non richiedono, in definitiva, tempi più lunghi le tecniche dette di “diradamento” e di “raccorciamento”. La prima è praticata per eliminare rami in posizione concorrenziale e la seconda, con taglio effettuato al di sopra di una gemma a legno o mista, riduce con naturalezza le dimensioni della pianta. In ogni caso la forma dell’albero è salvaguardata e le piccole ferite si rimargineranno facilmente aiutate da apposite sostanze cicatrizzanti.

La salute degli alberi in città

In un ambiente così sfavorevole e innaturale dove anche chi è preposto alla loro cura si trasforma in agente vandalico, gli alberi soffrono, si ammalano e muoiono con facilità.

Per evitarlo non bisogna mortificare la loro vigoria e quindi acqua, luce, sostanze nutritive non devono mai mancare. Ma si è detto come carenti sono le tecniche d’impianto, assenti le periodiche concimazioni e irrigazioni e controproducenti le potature; l’albero cresce quindi a stento e vulnerabile a numerose infezioni.

I platani palermitani soffrono d’attacchi di oidio, due specie di termiti ne cariano il legno e le larve di “Zeuzera pyrina”, un grosso lepidottero xilofago, scavano lunghe gallerie nei giovani rami.

I ficus, sono colpiti da cocciniglie che succhiano la linfa e producono una melata che richiama funghi ed altri insetti e la nuova vegetazione emessa copiosamente dopo le intempestive potature, è preda di afidi e tisanotteri.

Sui pini si moltiplicano le infestazioni di cocciniglie e di afidi e i tronchi dei ” Melia azedarach” sono ormai gusci svuotati dalla carie del legno.

La cura è certo difficile perché i comuni trattamenti antiparassitari, spesso con formulati tossici per gli animali a sangue caldo, non sono possibili in città. In attesa che un lavoro di miglioramento genetico selezioni alberi resistenti alle più dannose fitopatie, il solo rimedio è preventivo e risiede appunto nel creare all’impianto le condizioni per favorire la vigoria delle piante durante l’intero ciclo.

Se l’albero si ammala comunque, diventano spesso necessarie potature di risanamento o interventi di dendrochirurgia. Le ferite che così si creano devono essere adeguatamente disinfettate e protette, e se questo non avviene saranno la via per attacchi più virulenti.

 

Conclusioni

La città uccide l’albero. Ricordare i benefici del verde in città l’azione depurante, di filtro batterico, di fissazione dei gas tossici e dei prodotti oleosi e catramosi, gli effetti termoregolanti e anti rumore, quelli estetici e psicologici, l’ombra in estate, è utile per sollecitare la coscienza ecologica dei cittadini. Ma non basta. Il Servizio Ville e Giardini del Comune di Palermo ha un organico che copre appena il 25% del necessario e i fondi di cui dispone non consentono certo l’acquisto di piattaforme elevatrici o macchine trapiantatrici. E’ però sufficiente vedere all’opera le sparute squadre di operai comunali per accorgersi come potrebbero comunque operare con migliore efficacia e contribuire a frenare e non ad accelerare il degrado. Un vivaio comunale più ampio e rinnovato può inoltre diffondere nuove essenze ed abbandonare così la monotonia degli ultimi impianti. 

Il ricordo del “giardino di Sicilia”, la meraviglia dei vecchi viaggiatori, di chi è “abituato a vedere solo nelle casse e nei vasi e per la maggior parte dell’anno solo nelle serre” piante che a Palermo “allignano vegete e fresche all’aria aperta” tornerebbero anche in questo modo attuali.


NOTE BIBLIOGRAFICHE

Notizie storiche sulle alberature stradali a Palermo si trovano in “G. Fatta del Bosco, Orientamento e sviluppo degli spazi verdi, Palermo, 1941” e “V. Ziino, Il verde a Palermo ieri e oggi. Casa Nostra,1954″

L’eccezionalità del verde storico di Palermo si legge nelle pagine di Goethe in “Viaggio in Italia”.

Gli aspetti tecnici e agronomici del problema sono trattati in numerosi articoli di A. Chiusoli in “Il Giardino fiorito” e notizie sulle specie usate a Palermo sono nella tesi di Marta Terranova “Le alberature stradali della città di Palermo, Facoltà di Agraria, A.A. 1982/83″ e nella rubrica “Alberi in città” di Giuseppe Barbera e Margherita Bianca su “Papir”.


LE PRINCIPALI ALBERATURE A PALERMO (RILEVAZIONE ANNI ’80 ndr)

NOME BOTANICO ORIGINE LUOGO/ZONA (vie/piazze)
Acer palmatum Giappone Ausonia, Valdemone
Ailanthus altissima Cina Alberto Amedeo
Brachychiton populneus Australia Roma
Cercis siliquastrum Asia minore Terrasanta
Chorisia insignis Argentina delle Scienze
Citrus aurantium Asia sud-or. Amendola
Erythrina viarum America mer. Foro Italico
Ficus sspp. India Sammartino, Verdi, Politeama
Gleditsia triacanthos America nord-or. Parlatore, Artigliere
Hibiscus syriacus India Ariosto, Pipitone Federico
Koelreuteria paniculata Asia or. Leopardi ,Garzilli, Albanese
Jacaranda mimosifolia America mer. Isonzo
Lagerstroemia indica Cina Pacinotti
Ligustrum japonicum Giappone Catania, Dante, Messina, Marconi
Melia azedarach Asia mer. Pitrè, XX Settembre, Re Federico
Morus alba Cina Goethe, Laurana
Phoenix canariensis Canarie Regina Margherita
Phoenix dactylifera Asia trop. Piemonte
Pinus halepensis Mediterraneo Edison
Pinus pinea Mediterraneo Regione Siciliana, Crispi
Platanus sspp. np Libertà, dei Cantieri, F.Aprile
Populus alba Europa, Asia Brigata Verona, Campania
Populus nigra var.italica Europa Oreto, delle Alpi
Robinia pseudoacacia America sett. Leonardo da Vinci
Sophora japonica Asia mer. Cavour, E.Amari, Cordova, Giusti
Sterculia platanifolia Australia Siracusa
Tilia europaea np del Fante
Ulmus sp. np Sampolo

 

testo tratto da: appunti di ecologia siciliana, wwf 1984