ANNO DELLA BIODIVERSITÀ: GRANDE PARTECIPAZIONE ALLA VISITA DELLA FOSSA DELLA GAROFOLA

GarofalaUna splendida mattinata gratificata da due eccellenti guide.

Grande successo della visita. Oltre 150 persone, attentissime e poi soddisfatte, hanno partecipato alla visita di domenica sotto la guida della d.ssa Tiziana Turco e del prof. Salvatore Pasta, i quali hanno illustrato rispettivamente la storia e le varietà botaniche del sito.

Alleghiamo qui una descrizione del sito, preparato dal consigliere Pino Casamento.

LA FOSSA DELLA GAROFALA
di Giuseppe Casamento

Sito e Geografia.

La Fossa della Garofala è una depressione della pianura palermitana della Conca d’Oro corrispondente all’alveo del fiume Kemonia nel suo tratto pre-urbano, estendendosi, per poco meno di 2 km, dalla contrada Porrazzi (a valle della circonvallazione di Palermo) fino a corso Re Ruggero ed essendo compresa fra l’edilizia di corso Pisani (a nord) e la città universitaria di Viale delle Scienze (a sud). Va subito detto che oggi il Kemonia non è più attivo per cause antropiche e che, a valle di corso Re Ruggero, l’antico alveo è ricoperto da vie urbane d’impianto medievale.

Il Fiume Kemonia, detto anche Torrente del Maltempo, veniva alimentato dal bacino del Vadduneddu di Monreale, che origina alle falde meridionali di Monte Caputo, proprio a S della cittadina normanna, e che più a valle era denominato Torrente Cannizzaro. Sia il nome del fiume (Kemonia in lingua greca significa “inverno”), sia la denominazione popolare (Maltempo o Malotempo), ci ricordano che il corso d’acqua era attivo solo nella stagione delle piogge.

Oggi il Kemonia non è più attivo perché il Vadduneddu versa artificialmente le sue acque, dopo un corso di km 4,5, nel Canale di Boccadifalco che forzatamente ne interrompe il corso, impedendogli di proseguire per il suo antico alveo (la Fossa della Garofala), che perciò rimane asciutto. Il Canale di Boccadifalco, che più a valle sversa nel Fiume Oreto, prende nome dalla borgata dove ha origine la condotta fognaria, e dove vengono incanalate anche le acque del Vallone del Paradiso, il quale convoglia le acque di scorrimento superficiale del bacino montano di San Martino delle Scale, che un tempo, con le Sorgenti del Gabriele, alimentavano il Fiume Papireto. Le sorgenti del Gabriele sono oggi captate e le sue acque vengono convogliate nella rete di distribuzione dell’Acquedotto di Palermo.

In pratica l’intervento antropico ha riunito in un unico fiume, l’Oreto, quelli che in origine erano 3 corsi d’acqua con una propria foce: l’Oreto, il Kemonia e il Papireto.

Considerazioni sulla biodiversità.

Se cerchiamo oggi la biodiversità alla Fossa della Garofala la si può trovare in ciò che resta di quel parco reale che fu il Parco d’Orlèans. Rimane una grande varietà botanica sia di piante spontanee mediterranee sia di piante alloctone importate da ogni parte della Terra: un piccolo orto botanico. Rimane, nel vicino parco pubblico della Villa d’Orlèans, dove la biodiversità, oltre che botanica, è quella ornitica, ma artificiale e reclusa, tipica degli zoo, per la presenza di numerose specie di uccelli, sia della nostra fauna che di quella di altre parti del mondo. Rimane soprattutto nella memoria del passato, storico e geografico, di quella che un tempo fu realmente un’area di biodiversità; un’area alle porte della città di Palermo, dove scorreva un fiume, il Kemonia, che con le sue piene invernali creava una zona umida naturale, ricca di ogni forma di vita, dove nella spontanea vegetazione mediterranea trovava posto un’infinità di specie animali da quelli più evoluti e prossimi all’uomo a quelli inferiori, dai mammiferi, agli uccelli, ai rettili, agli anfibi, ai pesci, agli insetti ed agli altri artropodi ed alle altre forme di vita.

Va ricordato comunque che, fin dai primordi l’intero sito naturalistico di Palermo, con la sua pianura e la sua conca di monti, è sempre stato un luogo della massima importanza per la biodiversità e particolarmente per l’uomo, che ivi vive fin dalla preistoria, e che, per oltre un millennio, dagli Arabi all’Ottocento, questo sito è stato assimilato al paradiso terrestre; tant’è vero che il nome Genoardo, che fu dato al parco che circondava la città, significa in arabo paradiso e nel paradiso terrestre era presente ogni forma di vita. E quale paradiso può essere carente di acqua? Palermo era immersa in una pianura ricchissima d’acqua: sulla costa del Mar Tirreno su cui prospetta la città e all’interno del suo golfo sfociavano vicini i due fiumi che la lambivano, proteggendola dai nemici: a Nord il fiume Papireto e a Sud il fiume Kemonia, che originando tumultuosi dai vicini monti, quando giungevano nella pianura e la attraversavano, perdevano il loro impeto e si allargavano in estesi pantani: tali dovevano essere il luogo dell’attuale via Papireto e la Fossa della Garofala entrambi alle porte della città: luoghi pieni di acqua e di biodiversità naturale. A questi corsi d’acqua va aggiunto il fiume Oreto, che scorre a S della città dopo aver attraversato la più importante valle interna alla Conca d’Oro, ed altri corsi d’acqua minori e stagionali, che, scendendo dal settore nord-occidentale dei monti di Palermo, sono oggi convogliati nel Canale Passo di Rigano.

E’ perciò, per la naturale bellezza del sito, che ancora agli inizi del XIX secolo gli Orlèans, che allora regnavano in Sicilia, vollero realizzare, per i loro divertimenti e svaghi, un parco alle porte della città: scelgono proprio i terreni attraversati dal Kemonia, che da allora costituiscono il Parco d’Orlèans di cui prima si è accennato. Essi però modificano i terreni per realizzare un giardino all’italiana, con viali rettilinei, fontane, sedili e siepi e con piante della nostra flora locale o mediterranea e poi in un secondo tempo, seguendo le mode europee, modificano ancora il loro parco per introdurre gli elementi rappresentativi del giardino all’inglese con viali tortuosi e soprattutto con l’inserimento di piante di flore esotiche, accrescendo così soprattutto l’aspetto della biodiversità botanica.

Ma le cose cambiano radicalmente nel XX secolo. L’alluvione di Palermo del 1931 convinse i governatori di quel periodo a realizzare opere idrauliche a monte della città per evitare il ripetersi di tali sinistri eventi naturali. Fu realizzato un canale, che raccordando la borgata pedemontana di Boccadifalco al fiume Oreto, fu in grado di accogliere sia le tumultuose acque invernali del Vallone del Paradiso, provenienti dal bacino montano di San Martino delle Scale e dirette al fiume Papireto, sia quelle del Vadduneddu di Monreale, detto a valle Cannizzaro, che alimentavano il fiume Kemonia, attraversando quindi la Fossa della Garofala. Da quel momento la zona, non ricevendo più l’acqua del fiume, ha seguito un percorso di inaridimento naturale del terreno con perdita di gran parte della originaria biodiversità, e se nel 1950 non fosse stata acquisita dall’Università di Palermo, oggi sarebbe tutto cementificato.

Oggi il risultato di tutte queste vicende antropiche, è una biodiversità non più spontanea, naturale, ma condizionata e orientata dall’uomo, una biodiversità che risente della sua storica presenza e delle modificazioni geografiche apportate nel sito.

Un augurio per il futuro? Intanto che l’Università continui con la sua opera di ricerca botanica rivolta alla sperimentazione sulle varietà di piante medicinali ed aromatiche: ciò serve al mantenimento di una biodiversità seppure scientifica, ma anche al mantenimento di una zona verde alle porte della città, quindi un argine all’avanzare del cemento. Ma l’augurio più grande è che un giorno alla Fossa della Garofala possa ritornare l’acqua, che invadendo le parti più basse del terreno possa dare forma ad un nuovo piccolo lago: solo così la zona potrà ritornare ad essere un autentico sito di biodiversità.

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